Oh my Darling Clementine – Part Two

(…)
All’appello mancavano la capote e i sedili che erano in un garage di un parente di Franco.

Qualche giorno dopo andammo a prendere la Guzzi che sonnecchiava ignara nel mio garage.v35-decal-sx

Con una batteria di auto la mettemmo in moto e a fatica la convincemmo a salire la rampa con un solo cilindro.

Uno a scelta.
Lei fino ad allora decideva con quale partire e forse, poi, dopo, per gentile concessione avrebbe fatto partire anche l’altro. Visto che continuava a non decidersi la spingemmo in officina da Franco perché in due a un cilindro non ci avrebbe mai portati.

Appena 3 giorni dopo, Franco, da buon meccanico carburatorista qual’è, gli aveva regolato le punterie e i due Dell’Orto e ora, partiva con tutti e due i cilindri.

CONTEMPORANEAMENTE. Un miracolo.

Un po’ mi dava sui nervi che adesso non facesse l’intrattabile con il primo estraneo che le prestava attenzioni. Dall’altro ero contento così. Quando finisce un amore non c’è da ragionarci su. Prima te lo dimentichi e meglio è.

Adesso non vedevo l’ora di mettere mani sulla papera a 4 ruote. Non mi sarei accontentato di raffazzonarla alla bell’e meglio. Le riparazioni fatte a metà negli anni passati già mostravano i segni di cedimento. I fondi erano stati riparati senza staccare la scocca e si intravedevano saldature a cavallo del telaio. La scocca si sarebbe dovuta staccare e risanare a parte. Controllare e risanare il telaio e poi proseguire tranquilli. Insomma, sarebbe stato un lungo inverno. Molto lungo.

Appena arrivata in arsenale, l’impressione non era delle migliori. Un bel sabato io e Giancarlo ci guardammo in faccia e a sguardi concordammo che era venuto il momento di staccare la scocca dal telaio. Ungemmo di Svitol tutti i punti di attacco sulla piattaforma, con il flessibile tagliammo le pezze accavallate  a strati che maniscalchi precedenti avevano saldato facendo più danni al danno da riparare. Dopo un paio d’ore di sudate e bestemmie, le prime di una lunga e fantasiosa serie, staccammo la scocca dal telaio.

Operazione che se non ci fossero state quelle saldature su una 2cv si compie in 15 minuti.

Il telaio era messo in fin de conti bene. Solo pochi punti marciti sulla piattaforma. Decisi di non cambiare tutto il lamierato superiore ma di rappezzare a dovere solo quei punti con lamiere dello stesso spessore. Puntate con rivetti e in seguito con punti di saldatura. Questo dopo averlo spazzolato, feroxato e catramato nei punti interni dove arrivavo.

Quel telaio lo abbiamo girato, capovolto e rigirato come un lettino da spiaggia e controllato con le dime fatte di cartone da quelle dei manuali “stacca e attacca” di mamma Citroen, e alla fine era accettabilmente risanato, antirombato e verniciato per poter poi accogliere il tutto.

La scocca . . . una volta tolta dal telaio dopo il primo momento euforico si presentò in tutto il suo disfacimento. I longheroni sottoporta e lo scatolato superiore del sedile posteriore erano un groviera ma la sostanza c’era.

Togliere le riparazioni fatte male e peggio e rifarle ex novo era la priorità.
La parte bassa della pedaliera era da rifare ex novo così come i bordi di attacco dei fondi e un paio di buchi che erano stati tamponati con esagerate lamiere saldate una sull’altra. Da questo tipo di riparazioni si leggeva la storia del veicolo. Era nata color verde bamboo e nel finire di quegli anni 70 cominciò presto ad essere ormai un’auto fuori tempo.
Stavano arrivando gli anni 80, la Milano da bere e l’edonismo rampante. La 2cv era un’auto destinata a non essere più un simbolo della mobilità di una generazione contestataria o fricchettona. Quella generazione, in massa, con pochissime eccezioni, volenti o nolenti e con rigurgiti vari si stava trasformando rapidamente nel suo opposto.
La discomusic avrebbe finito l’opera di rincoglionimento  su quella parte che si era salvata dall’eroina (ed è tutto dire, ndr.).
.Il mito della carriera e dei soldi facili irrompeva con stili di vita che facevano breccia nelle confusioni e nelle delusioni di quella generazione.
Non c’era posto per la 2cv vert bambou. Probabilmente la riverniciatura in un azzurro misotis, dato alla cazzo di cane su tutto, era stato il tentativo maldestro dell’unico proprietario fino ad allora di scrollarsi di dosso un colore così sfacciatamente 70 per passare ad un colore più neutro.
Il modo in cui era stato dato denunciava un cambio di colore da pochi soldi, da auto di battaglia. L’azzurro era “da per tutto” a tentar di coprire il verde senza smontare niente ma mascherando, male, con km di nastro carta.
Guarnizioni, bulloni, rivestimenti interni già deteriorati dall’uso e dall’acqua, pianale, pedaliera, guaine, cavi, fili e persino le cinture di sicurezza erano state verniciate di azzurro e poi ritoccate malamente in nero.

Il peggio del peggio che in un restauro si può trovare. Evidenti riparazioni fatte negli anni in cui la papera scarrozzava tutti i giorni il suo proprietario e inevitabilmente risentiva del passare degli anni ricevendo in cambio attenzioni sempre più scarse. La storia di tutti i veicoli a motore.

Una sola settimana non mi è bastata dal ripulire tutto quel materiale da quell’azzurro con litri di nitro e decine di spugnette di acciaio.

Una cosa era in quel momento certa:

NON l’avrei rifatta azzurra!!!

Non l’avrei rifatta verde che è un colore che mi è sempre stato un po’ tra le balle a partire dalle persiane per finire al pezzo della nostra bandiera.

Cercata e studiata attentamente la gamma colori prevista per quel modello nel 79 decisi il colore della rinascita: Orange mandarine. E arancione sia!!!

Colore vivace, che non copre nemmeno se ti ammazzi a fare 5 mani, che non perdona la minima imperfezione di finitura o di trattamento sottostante.

Colore bastardo che quando lo proponi ad un carrozziere di mestiere, lui sudando, tenta in mille modi di convincerti che c’è tutto un arcobaleno di colori a disposizione oltre l’ARANCIONE16-pomellosopra

Beh, se uno si deve far male che si faccia male sul serio. Se uno di deve perdere che si perda subito. Tanto di fantasia non me ne manca e di bestemmie ne avrei inventate a barattoli.

Deciso il colore, decisi anche l’allestimento interno, la capotte e il tutto. Se manderine doveva essere, doveva avere pure il nome in tono. Si sarebbe chiamata Clementine. Il tipico mandarino senza semi, dolce e aromatico. Questo sarebbe dovuto essere evidenziato bene e prima ancora di mettere mani alla scocca mi ero fatto il pomello delle marce a tono. Come? A mandarino, anzi a Clementina.

Il progetto si attua individuando e risolvendo ciò che è prioritario ed eliminando ciò che è ridondante. Era l’assioma del mio prof di progettazione. Un tal Enzo Mari e io me lo porto dietro in qualsiasi cosa faccia. Anche sopportando quelle due bisbetiche mentali appresso, la razionale e la scapocchiona che litigavano continuamente.

La scocca dopo diversi sabato pomeriggio a settimana, molti sabato, fu finita. Spazzolati, disossidati e feroxati i punti critici furono saldati. Saldature da chi fa il pianista in un bordello e non il saldatore all’Ansaldo. Quindi tutte bitorsolute e da spianare con dischi e dischi di flessibile. Ma dalle e dalle alla fine facevano la loro funzione. I bordi smangiucchiati dei fondi, quelli che avrebbero garantito l’attacco al telaio li rivettai dopo aver fatto i fori dei bulloni da 7. La base della pedaliera idem, stesso metodo casareccio, pratico e fattibile in sede. L’ideale sarebbe stato comprare i lamierati dei fondi e della pedaliera, portare la scocca da un carrozziere bravo e sostituirli.
SI. Così si sarebbe fatto altri 6 anni in attesa.
NO. Si doveva risolvere con metodologia possibile in loco. E così ho fatto.  Il tutto è stato impermeabilizzato sotto e sopra con vetroresina, sigillante e poi antirombo.

Antirombo a go go.

Ecco, la prima cazzata era servita. Avevo messo l’antirombo su tutta la scocca felice e contento di averla protetta.

Quando vide l’opera il mio amico e mentore nonché abilissimo carrozziere Angelo, esordì con il classico – Mbrau furbu. Mo pigghiate na cofana de nitro e llendelu tuttu stu antiromo se nu bbuei cu sende stacca la vernice na fiata ca ha spicciatu – (traduzione dal salentino – Bravo furbo, ora se non vuoi che la vernice finale si sfogli bellamente a lavoro ultimato munisciti di diluente nitro a taniche e togli tutto l’antirombo che hai esageratamente messo a cazzo-)

Merda, merda, merda. Lo sapevo io che il troppo stroppia.

Mi passai altri sabato pomeriggio di settimana in settimana a togliere quello che avevo messo con tanta abbondanza. Almeno, da tutte le parti in cui non potevo permettermi che non aggrappasse bene la vernice. In pratica da tutte le parti dell’auto, tranne il pavimento.

Sbagliando si impara. Soprattutto si imparano nuovi nomi di santi mai esistiti da tirar giù. Tanto erano inventati.

Finito di togliere il “di più” potei procedere a passare il primo fondo riempitivo antiruggine e cominciare a stuccare e vedere se assumeva finalmente un qualche aspetto unitario.

Un bel grigio opaco ricoprì il tutto e mostrò i punti in cui dovevo reintervenire, dove spianare e dove stuccare. La scocca fu posata per prova sul telaio e tutti i fori si trovarono. Tutti i bulloni si infilarono e tutti i fermagli fermagliarono alla perfezione. Fatto questo fu di nuovo rismontata per passare l’antirombo definitivo sul sottoscocca e le guarnizioni adesive tra scocca e telaio.

La scocca sarebbe stata finita e verniciata da montata, come da protocollo Citroen per la produzione anni 70.

(To be continued…)

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2 risposte a “Oh my Darling Clementine – Part Two

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